Quando il selfie diventa pericoloso….

Selfie è un termine inglese che letteralmente significa “autoscatto” e che è diventato componente irrinunciabile di una pratica di uso comune soprattutto fra i frequentatori dei social, ossia postare una posa di se stessi sulla propria pagina di Facebook, Twitter o Instagram. E non ci sarebbe nulla di male se  i click fossero uno ogni tanto, mentre diventa patologico, almeno a detta  della American Psychiatric Association e di innumerevoli altre associazioni, se questi superano i tre scatti giornalieri. E non è solo un problema di dipendenza e disordine mentale, ma diventa molto grave quando la subordinazione è talmente alta da non resistere di eseguire gli scatti in condizioni pericolose come la guida di un mezzo o durante un lavoro delicato, al punto tale di rischiare di perdere la vita. Si calcola che nel mondo ogni anno siano centinaia le morti causate dai selfie e il Paese che detiene questo triste primato, è l’India con circa 76 morti negli ultimi due anni.
E se non bastassero gli incidenti, oggi il selfie può uccidere come una patologia grave alla stregua di un tumore o di una dipendenza da droghe.
Lo dimostra la storia di Danny Bowman, un adolescente britannico di 19 anni che esemplifica lo scenario peggiore di una dipendenza da selfie, la prova vivente che un nuovo vizio potrebbe emergere. Fino a che punto è arrivata la sua ossessione? Scattando oltre 200 foto al giorno, non ha lasciato la sua casa per sei mesi, durante i quali ha perso 30 chili e abbandonato la scuola.
Crescendo sempre più frustrato per la sua incapacità di catturare il selfie perfetto, alla fine ha cercato di suicidarsi. Fortunatamente, proprio come i suoi tentativi di un’immagine perfetta, ha fallito nel farlo.
Recentemente, l’American Psychiatric Association ha effettivamente confermato che il selfie frenetico è un disturbo mentale, arrivando addirittura a definire la condizione “selfite”. L’APA lo definisce come: “il desiderio compulsivo ossessivo di fotografare se stessi e postarsi sui social media come un modo per compensare la mancanza di autostima e colmare un vuoto nell’intimità” e lo ha categorizzato in tre livelli: borderline, acuto e cronico.
Quanto è estremo il tuo autolesionismo? Se ti ritrovi a prendere fino a tre selfie al giorno ma non li pubblichi sui social media, considerati borderline.
Se stai pubblicando almeno tre immagini di te stesso al giorno,il problema è acuto.
Infine, se stai vivendo un incontrollabile bisogno di scattare e pubblicare fino a sei foto al giorno, congratulazioni, hai una selfite cronica.
Danny si inseriva tranquillamente nella terza categoria, forse addirittura meritandosi una condizione da “follia da selfie”.

“Ero costantemente alla ricerca del selfie perfetto e quando ho capito che non potevo ottenerlo, volevo morire. Ho perso i miei amici, la mia educazione, la mia salute e quasi la mia vita “, ha dichiarato al britannico Mirror.

Cosa ci può insegnare la storia di Danny? Probabilmente che viviamo in una società che è proiettata in una ricerca infinita di perfezione superficiale che non può mai essere raggiunta. In un mondo in cui le persone sono dipendenti da interventi di chirurgia plastica e innumerevoli forme di miglioramento del corpo, rinunciando alla conoscenza basata sull’esperienza e sul contatto umano. Siamo sull’orlo della follia, se non ben oltre.

E allora quale potrà essere la soluzione? Secondo gli psichiatri che trattavano Danny, curarlo alla stessa stregua di un tossicodipendente, riducendo al minimo l’esposizione alla dipendenza e abbattendo la dipendenza da esso.

Dovremmo riflettere maggiormente se certi comportamenti che  pur se abitudinari, potrebbero nascondere l’insidia di una condizione patologica e lesionista, pericolosa non solo per la nostra salute fisica e mentale, ma per il rapporto umano deteriorato con amici, parenti e una realtà sempre più virtuale.